Il vignaiolo ostinato, la storia di Matteo Niccolai

Il racconto della nascita di un sogno. Una giornata in compagnia di un vigneròn dalle mille vite.
Agosto/25 - a cura di Roberto Moradei
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Bolgheri, punto di partenza e di ritorno.
La famiglia Niccolai è originaria di Bolgheri, Matteo è cresciuto in questo lembo terra toscana chiamata costa degli etruschi. Qui ha conosciuto un territorio per alcuni aspetti molto diverso da quello di oggi.
Poi la vita lo ha portato a fare tantissime esperienze, ha vissuto, lavorato in tante città, trovato l’amore nella vicina Pisa (un "quasi" livornese che si trapianta a Pisa!) e ci confessa con un sorriso complice di sentirsi pisano in tutto e per tutto.
Chi ha avuto il piacere di conoscere Matteo di persona, molto probabilmente lo avrà fatto mentre vestiva i panni di oste nella sua vita precedente. L'esperienza dietro al bancone e in sala a contatto con le persone è stata cruciale per lui. Negli anni ha maturato una sensibilità importante verso il territorio ed è nata travolgente, la passione per il vino inteso non solo come prodotto di consumo, ma come portavoce e comunicatore di storie e persone legate ad un pezzo di terra.
Da oste a vignaiolo, un passaggio naturale.
Nasce così, con l'incontro con Stefan il progetto "I Mattaioni" , due bellissime vigne nell'entroterra toscano a Gambassi Terme, dove i due amici coadiuvati dal capacissimo enologo di Calafata Daniele Tuccori, hanno dato voce e nuova vita ad un territorio fuori dai radar, ma estremamente interessante, con vini schietti, identitari, diretti.
Il percorso non finisce qui. Matteo aggiunge ancora un tassello, forse il più importante.
Il ritorno a casa
Incontriamo Matteo in una giornata fredda di marzo. Pioggia e vento tolgono il velo sulla realtà fiabesca e patinata di Bolgheri e ci restituiscono una campagna vera, dove il lavoro agricolo procede in tutta la sua cruda fatica.
Qui Matteo ha deciso di sviluppare il suo progetto personale, a casa.
“15 giorni fa è venuto a mancare mio babbo, in questa zona era lui il Niccolai, tutti lo conoscevano e tutti gli volevano bene e lui voleva bene a questo posto, la passione che provo per questo territorio è lui che me l'ha passata".
Poche, semplici parole, che ci hanno aiutato a capire la scelta di Matteo e come un evento così drammatico abbia rafforzato la sua idea, il suo sogno.
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Vignaiolo Ostinato
Legame sentimentale, pensiero critico maturato nel tempo, visione agricola. Ci sono tanti elementi che hanno portato alla definizione di questo progetto, che Matteo ha cercato di racchiudere in una definizione di se stesso: "Vignaiolo Ostinato"
"Ostinato semplicemente perchè ho capito che voglio fare questo nella vita, ostinato perché voglio lavorare in una certa maniera, nel rispetto di un territorio storicamente agricolo. In un luogo "dominato" da grandi imprenditori credo sia bella la storia di un ragazzo del posto che senza grandi mezzi a disposizione ci prova. Bisogna essere ostinati per farlo"
Una visione molto personale ed intima che stride in maniera forte in un territorio altamente spersonalizzato, dove l’uomo imprenditore ha avuto un atteggiamento ai limiti del predatorio, visione molto romantica, sicuramente affascinante di un giovane che vuol cambiare lo stato delle cose in un’ottica di dialogo.
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Le vigne, un mosaico sapientemente disordinato.
Ci mettiamo in macchina e iniziamo il giro per le vigne, Matteo le conosce per nome e ti sa dire vita, morte e miracoli, sono come dei post-it, piccoli appezzamenti spettinati, baluardi agricoli (non i soli fortunatamente) che raccontano di una Bolgheri che fu. Un luogo prettamente agricolo, dove l’uva veniva coltivata in affiancamento ad altre colture più redditizie e cruciali da un punto di vista alimentare.
Arriviamo a “Le sondraie” un fazzoletto di 4000 metri nella zona più blasonata di tutta la DOC, girando lo sguardo a 360 gradi, ci vediamo circondati dalle vigne di: Tenuta San Guido, Allegrini (Poggio al Tesoro), Ornellaia, Masseto.
Tutti i Big sono qui a Le Sondraie, con vigne tirate a lucido, perfette, con piante regolari che sembrano essere prodotte in copia. Poi c’è il campo di Matteo e le dimensioni sono quelle del “Campo” casalingo, piante vecchie che hanno trovato la propria strada e il proprio equilibrio.
Le altre vigne sono abbastanza vicine le une con le altre a qualche chilometro in direzione sud idealmente al centro della Doc. C’è la vigna “Campi al Mare” con un blend di Vermentino, Trebbiano e Malvasia e “Badia di sopra” a Cabernet Franc, per un totale di 3000 mt quadrati. Sono vicine ed immerse in un contesto agreste dove si avverte un’altra ruralità rispetto alle Sondraie: "c’è vigna ma ci sono orti e boschi, un posto magico che ti da un’idea di vissuto agricolo." ci dice orgoglioso Matteo.
Vigna in “Campo renaio di sotto” solo 1000 mt con prove di varietà piwi (a Bolgheri!) e poi le autoctone: Sangiovese Ciliegiolo, Merlot e Syrah.
Si chiude il cerchio con 4000 mt di vigna da ripiantare con varietà sia bianche che rosse completamente da ristrutturare.
Un progetto agricolo che seppur piccolo, è veramente complesso ed ambizioso, ci ha colpito la ricerca e la dedizione di Matteo nel trovare situazioni agricole (con solo vigne datate: la più vecchia è datata al catasto 1964, mentre la più giovane del 1998!) in stato di semi-abbandono, per dare loro nuova vita.
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Il silenzio rumoroso di Bolgheri
La narrativa su Bolgheri difficilmente è un costrutto fluido, molte volte s'incaglia, fagocitata dalla propria stessa "grandeur" o presunta tale. Un territorio che corre il rischio di avere tanto da dire, ma poco da raccontare: il blasone di certi vini, la nascita del mito, l'estrema (e talvolta noiosissima) riconoscibilità nel bicchiere dei rossi del posto, l'allure barricato. Sono tutte argomentazioni che fanno terminare la questione "Bolgheri" prima ancora che nasca, almeno per una certa fetta di appassionati enofili.
Basti pensare che l'evento sul vino più importante che viene fatto in zona, è una cena-spettacolo ambientata sul viale di cipressi più famoso del mondo a cui partecipano per lo più personaggi che gravitano in questo mondo con la vicinanza di due rette tangenti.
Matteo con i suoi vini e la sua visione, va ad arricchire la scarsa schiera di quel "piccolo resto" che vive, intende e cerca di promuovere il territorio in maniera diversa. Alt! Immagino già qualcuno tentato di pensare a fazioni e tifoserie, niente di tutto questo.
Qui non si tratta di decidere chi ha ragione e chi ha torto, si tratta di dar voce al territorio ad un modo diverso, contemporaneo e nuovo di intendere il vino in questi luoghi, cercandone un'espressione diretta, trasparente, meno edulcorata o per meglio dire meno costruita.
Vecchie vigne, macerazioni brevi, affinamenti leggeri, per dei risultati tutt'altro che monocorde.
Faccio mie le bellissime parole usate da Alice Carpi nel suo articolo sul Beaujolais che potete leggere qui, "Le rivoluzioni non dipendono da dove nasci, dipendono da dove cresci. E soprattutto da chi hai la forza di conoscere". Matteo sta portando avanti, con umiltà ma ostinazione, il suo pensiero e forse è anche un invito a prendersi meno seriamente: in un periodo di forte contrazione economica, con le cantine piene di vino (da vendere), forse la strada è avere la forza di reinterpretare, trovare chiavi di lettura nuove, connettersi di più e meglio con l'anima del territorio, in un'ottica di leggerezza.
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I due "Esco Presto" un nuovo modo di bere Bolgheri
Aspettando i due vini mono-varietale (che abbiamo assaggiato in anteprima, con grande godimento delle papille gustative) ci godiamo intanto i due "Esco Presto".
Versandoli nei bicchieri veniva istintivo sottolineare la luce che si rifletteva con il vino e il pensiero che si modellava, da subito.
Questi vini nascono per viaggiare sulle tavole, meno classismo e più cultura del ristoro. Bicchieri che, lontani dall'essere un esercizio di stile, raccontano di un territorio, di vigne vecchie, di una comunità lontana dai salotti buoni del vino e più prossima alla terra, ad un'agricoltura sincera e senza troppe formalità.
Il vino a Bolgheri era un extra qualche decennio fa. In casa ci si sfamava grazie al commercio di altre colture agricole. C'era il "Rosatello" a Bolgheri, un vino semplice fatto dalla co-fermentazione di uve bianche e rosse. Un vino che arrivava sulle tavole nella primavera successiva la vendemmia, consumato perlopiù sulle tavole di casa o nelle trattorie della zona interna.
Questa idea di vino semplice, è stata trasferita da Matteo nei due "Esco Presto" Rosso e Bianco entrambi IGT Toscana, con la prima annata da registrarsi nella 2024.
Esco Presto Rosso è un blend di tutte le uve a bacca rossa presenti nelle varie parcelle, arrivate in cantina dopo la raccolta effettuata il 6 settembre 2024, leggermente anticipata per mantenere nel bicchiere una buona acidità.
Il vino fermenta in acciaio con solo 3 giorni di macerazione sulle bucce. Questo vino vuol essere una fotografia di Bolgheri come territorio, con uve diverse provenienti da zone completamente diverse. In bocca è sorprendente con note agrumate e di ciliegia fresca, un tannino leggermente verde che lo rende giocoso e godibile anche a temperatura leggermente più fresca.
Esco Presto Bianco invece è un blend di Trebbiano 60%, Vermentino 30% e Malvasia 10%.
L'etichetta ed il nome del vino assumono i tratti del manifesto, visivamente e concettualmente in contrasto con i canoni classici bolgheresi. Si vuol sottolineare come questo vino sia pensato per avere freschezza e pronta beva, senza cercare sovra estrazioni o concentrazioni particolari.
L'assaggio è molto interessante, la bocca è fine dove la freschezza del Trebbiano è sostenuta da un frutto a polpa bianca a cui si aggiungono note di buccia di limone e marasca. Un vino estivo e lievemente aromatico, con la chiusura di leggero amaricante tipica del Vermentino.
A noi fa impazzire questo racconto del territorio completamente sui generis! Un nuovo modo di pensare il territorio, una ventata di aria fresca. Finalmente!
ROSSO
ROSATO
BIANCO
BIANCO
DOLCE
SPUMANTI
CHAMPAGNE
ROSSO
ROSATO
BIANCO 
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