Oltre il mare| Intervista con Daniela Fabrizi, SEB Balaj Winery

Bellissima intervista con una delle rarissime donne vigneròn dell'Albania: Daniela Fabrizi di "SEB Balaj Winery".
a cura di Tommaso Colò e Roberto Moradei

Italia-Albania, un legame sempre più stretto
In Italia abbiamo una grandissima comunità albanese, persone che dai primi anni 90 dopo la caduta della Repubblica Popolare Socialista, sono venute a lavorare per necessità nel nostro paese, spinte da una situazione politica ed economica incerta e pericolosa. Comparti come quello vivaistico e come quello edile sono stati trainati proprio dai lavoratori albanesi, che con fatica e sudore hanno creato un rapporto indissolubile in molti territori (la città di Pistoia ne è un grandissimo esempio). Queste persone hanno messo radici profonde, si sono legate alle comunità locali, hanno costruito case e famiglie, ed oggi, i loro figli sono perfettamente integrati nelle scuole, nello sport, nella politica e nella vita di tutti i giorni. Un fenomeno che la nostra generazione ha vissuto a pieno e che probabilmente non avremmo mai pensato di vedere così velocemente.
Andata e Ritorno
Viceversa, negli ultimi anni c’è stato un grande interesse degli italiani verso l’Albania, che è stata scelta come mèta più gettonata per passare le vacanze estive: per il bellissimo mare, per i prezzi più accessibili, per la curiosità, l’afflusso turistico italiano in Albania è stato imponente. Quindi è innegabile che con il tempo si sia creata una correlazione diretta e molto forte tra i due paesi ed oggi l’Albania rappresenta un luogo tutto da scoprire anche a livello vitivinicolo. Per capirne meglio il potenziale, abbiamo fatto qualche domanda a Daniela Fabrizi di Seb Balaj Winery.

L'intervista
Tommaso: Ciao Daniela, partirei subito facendoti raccontare qual è stato il percorso che vi ha portato a fare vino in Albania. Perché avete scelto l'Albania?
Daniela: Abbiamo scelto l'Albania perché era un posto che conoscevamo già molto bene. Vincenzo, mio marito, l'ha vissuta per tanto tempo e dopo sposati abbiamo continuato a viverla insieme.
Per quanto riguarda la nostra passione per il vino, ci incuriosiva il fatto che, di vino albanese se ne trovava veramente poco. Sicuramente non aiutava l’impianto culturale: da un lato per motivi religiosi (molte zone dell’Albania hanno credo musulmano) non si produceva molto vino, dall’altro le uve coltivate finivano quasi tutte, nel periodo della dittatura comunista, alle grandi cantine sociali e consorzi che offrivano dei prodotti di dubbia qualità. A discapito di una grande tradizione plurisecolare, il mondo del vino albanese ha conosciuto un periodo molto buio.
Daniela: Quindi il vino che si trovava veniva da fuori: soprattutto Italia, ma anche Francia mentre quello albanese lo trovavamo con il contagocce. Poi con la caduta del regime si è riniziato pian piano a produrre vino e noi ci siamo messi alla ricerca di piccole realtà e cantine che proponessero dei vini interessanti. Abbiamo scoperto l’enorme ricchezza dei vitigni autoctoni, mai assaggiali prima di allora. Ci siamo resi conto del grande potenziale che c’era.
Nei nostri giri abbiamo conosciuto Artan e le sue vigne a Valona e da subito è nato un bellissimo feeling. Artan aveva già cominciato in maniera autonoma un processo di riscoperta delle radici vinicole di quella zona, era stato a lavorare in Italia nel settore vino, e quando abbiamo capito che le sue idee si sposavano alla perfezione con quelli che erano i nostri principi agricoli e la nostra filosofia produttiva, è nata subito l’idea di fare qualcosa insieme. E così è stato.
Abbiamo cominciato quasi per gioco, una piccola follia, iniziando subito a lavorare con questi vitigni (autoctoni ndr) un po’ bistrattati. Avevamo sete di conoscenza e avevamo trovato un luogo in cui poter mettere a frutto le nostre idee.

I Primi passi: le vigne e la cantina
Tommaso: Quindi avete iniziato a lavorare con Artan. Oltre le vigne c’era già anche la cantina?
Daniela: Anche questa è stata una bella avventura. All’inizio vinificavamo in un garage, avevamo voglia di metterci in gioco anche se non avevamo i mezzi canonici. Ci siamo arrangiati ed è stata una bella scuola. Poi abbiamo trovato una cantina vera e propria e le cose sono cambiate in maniera importante.
Quando lavori in modo naturale e non hai controllo di temperatura in vinificazione è sempre un rischio e a Valona, dove d’Estate si arriva anche a 40°-42°, è difficile gestire la fermentazione. Il rischio di arresti fermentativi è sempre dietro l’angolo. La cantina ci ha aiutato in questo, perché riusciamo ad avere una temperatura pressoché costante tutto l’anno e d’estate non sale mai sopra i 16°

Parliamo di Terroir
Roberto: Collegandomi a questo mi viene in mente una riflessione: i vini che piacciono a noi fondamentalmente sono vini che raccontano il territorio. Quindi che “territorio” c'è a Valona? Hai già fatto riferimento alle alte temperature in estate che rappresenta un bell’elemento sfidante se si vogliono vini che abbiano beva, freschezza come i vostri, rispetto a potenza estrattiva e concentrazione. Raccontaci del terroir di Valona.
Daniela: Valona è un territorio, come ti dicevo, molto caldo. Di fronte a noi abbiamo il Salento, dall’altra parte del mare a circa 60 Km si trova Otranto (nelle giornate limpide dal Salento si vede Valona); siamo quindi molto vicini alla costa e il mare influenza fortemente il microclima in vigna. Poi abbiamo la fortuna di avere un fiume che attraversa la nostra valle, il Voiussa che è diventato anche un parco nazionale molto bello, molto grande. Ad est- nord-est invece abbiamo le montagne, i balcani che aiutano in primavera/estate a creare, con le correnti fresche che scendono, delle ottime escursioni termiche tra il giorno e la notte. Questo è molto importante per noi perchè non abbiamo acqua nei vigneti, zero. Anche l'idea dell'irrigazione di soccorso non ci tocca neanche lontanamente, sarebbe impossibile, facciamo solo pacciamatura che ci aiuta a mantenere un po’ di umidità all’altezza delle radici. Il clima è mite quindi, con estati calde e inverni dove non si arriva mai a temperature troppo rigide.
Questa mancanza di acqua ci dona delle rese in uva molto molto basse, tra i 12 e i 18 quintali per ettaro. A livello di concentrazione, ecco, quella non ci manca! La challenge è proprio questa: mantenere la freschezza e la leggiadria nei vini. Si gioca tutto sull’acqua: da un lato il mare e il fiume ci aiutano nel nostro scopo, dall’altro la mancanza di acqua fruibile ci rema contro.

Il suolo, vero elemento di ricchezza
Tommaso: Un equilibrio complesso. A livello di suolo invece?
Daniela: Qualche migliaio di anni fa qui era tutto completamente coperto dal mare. Quindi abbiamo dei territori sabbiosi e capita ogni tanto di trovare qualche conchiglia nel vigneto. Poi sotto la sabbia spesso troviamo delle lastre di gesso che donano ai vini un carattere particolare ma non ci aiutano per il discorso dell’acqua, perché contribuiscono a drenare il terreno. In basso invece abbiamo una matrice più argillosa e questo è interessante quando andiamo a fare i blend delle masse in cantina. Il territorio sa essere molto vario.
Anche paesaggisticamente ricorda molto la zona di Marsala, con la laguna, le saline di colore rosa, i fenicotteri. Quindi è un territorio completo (sorride), nel senso, cioè c'è un po' di tutto alla fine!

Roberto: Bellissimo, sembra di essere in un angolo di paradiso! Ma torniamo alla vigna e all'utilizzo praticamente totale dei vitigni autoctoni, da quello che abbiamo assaggiato anche un’uva come lo Shesh i Barde, riesce a donare una complessità ed una caratterizzazione unici.
Daniela: Sì.
Roberto: ecco, come fare a valorizzare anche un patrimonio ampelografico che poi alla fine c'è ed è consistente?
Daniela: Bèh è la nostra grande sfida! Come vi dicevo poco fa, in Albania c'è stato un boom turistico importante negli ultimi anni, soprattutto dal Nord Europa.. e trovavano vino italiano e poco più. Il vino albanese nei ristoranti non veniva valorizzato, anche perché, prodotto ancora con un vecchio “stile”. Molto alcol, molta concentrazione e da vitigni internazionali. Noi insieme ad Artan abbiamo cercato di modernizzarli un po’, discostandoci da questi modelli anacronistici.
Abbiamo cercato di fare vini più snelli, più bevibili, anche più semplici da approcciare, in questo l’uso esclusivo dei vitigni autoctoni, che si sono ambientati così bene a questo ambiente è stato fondamentale. La sfida nella sfida è stata trovare una quadra fra quello che era la cultura “classica” albanese che si rifaceva ad una tipologia di vini molto importanti, molto ricchi e una nostra idea più “tradizionale” di vino: Fatto per bere!
Questo è un lavoro che facciamo continuamente e piano piano i risultati arrivano. Ci sentiamo ancora in fase sperimentale, anche perché gli autoctoni li stiamo conoscendo anno dopo anno, capisci l'evoluzione, capisci se vendemmiarli prima o dopo, come trattarli, osservi come reagiscono a determinate vinificazioni. Quello che ci guida è il rispetto, con scelte che non vadano a snaturare quella che è la realtà albanese. Ci interessa raccontare un territorio, senza andarlo a spogliare, ma rendendolo fruibile per tutti.

Tommaso: Rimaniamo sul discorso della sperimentazione. Lo Shesh i Barde è un’uva che ci ha colpito particolarmente, anche perché dona tanti risultati diversi in base alla vinificazione. Ci sembra un po’ l’emblema di questa sperimentazione, è corretto?
Daniela: Sì, stiamo sperimentando tanto anche perché questa varietà si presta bene, nel senso che se lo vinifichi in bianco tira fuori il suo carattere più fresco e minerale risultando elegante, se provi a fare delle macerazioni anche spinte comunque risponde bene. Per esempio, con la 25 l'abbiamo messo anche in damigiane di vetro e anche lì sta avvenendo una storia interessante che poi racconteremo più avanti quando sarà pronto. Lo stiamo provando anche in vinificazione ossidativa in contenitori di vetro scolmi ed interrati.
Anche in questa versione ci ha dato dei risultati inaspettati ed interessanti. Lavorare in agricoltura ti aiuta sempre a trovare una strada, un percorso nuovo. Non si da mai niente per scontato.

L'approccio e la filosofia
Roberto: In questo contesto come si colloca il vostro approccio naturale sia in campo che in cantina? Ovvero, è stata una cosa facile da fare in questa terra o avete incontrato delle resistenze?
Daniela: In questo ci ha aiutato Artan, perché lui in Italia aveva già lavorato in cantine che avevano questo tipo di approccio, ovvero con grande rispetto per la terra e per la natura. Quindi lui era già entrato in quell'idea.
Poi quando ci siamo incontrati abbiamo continuato a portarla avanti fino ad oggi e sempre di più, perché è la filosofia in cui crediamo tutti.
Il contesto comunque non è facile, ci guardano un po’ come dei marziani. Spesso capita di sentire commenti del tipo: “perché non ci metti qualcosa su questi legni? (perché non trattate con prodotti di sintesi? Ndr) volete raccogliere qualcosa o no?” “mettece (in perfetto romano) qualcosa che te fa più uva!”
Noi sorridiamo, ma ci rendiamo conto di essere un po’ soli in questo percorso verso il naturale, quando invece è un interesse di tutti, in un territorio che sarebbe più che pronto ad accogliere il cambiamento, vista la sua vocazione prettamente rurale.
Quindi speriamo che le nuove generazioni si appassionino a questo mondo, perchè questi sono i veri cambiamenti di cui i territori hanno bisogno.
Tommaso: Sarebbe un traino per tutti! Se i produttori via via si approcciassero in un determinato modo nell' agricoltura, poi alla fine si creerebbe una rete tra vignaiol,i e creandosi la rete, ci si sentirebbe parte di un progetto comune!
Daniela: Esatto, e crescerebbe un’identità di territorio. Una voce che arriva molto di più lontano e molto più in profondità! Basti guardare un po’ più a nord, a quello che è successo in Slovenia negli ultimi 30 anni.
Fare gruppo vuol dire prima di tutto migliorarsi, prendere spunto vicendevolmente, anche da piccoli particolari.

Roberto: Bellissimo spunto. Un'ultima cosa Daniela, una nota simpatica: c’è qualche aneddoto carino o comunque particolare che hai voglia di raccontarci?
Daniela: Di aneddoti ce ne sono moltissimi. Ad esempio tempo fa abbiamo comprato delle vasche di cemento. Ci piaceva molto come materiale per l’affinamento e quindi abbiamo chiesto se qualcuno del posto ce le costruiva, non ci sembrava una cosa molto difficile da fare. Tutti quanti ci guardavano come marziani. Alla fine le abbiamo prese da fuori, vasche bellissime dalla forma particolare a diamante, sembravano praticamente degli UFO (dice ridendo). Quando sono arrivate in cantina, avevamo tutto il paese in visita per vedere questi oggetti così strani venuti da marte.
Questo mi da lo spunto per fare insieme a voi un'ultima riflessione, ovvero di come culturalmente ci sia tanto lavoro da fare, specialmente su tematiche importanti. Una che mi sta particolarmente a cuore è la questione delle donne che si occupano di vino in Albania.
Questo è ancora un paese piuttosto patriarcale, e già avere un socio donna in azienda è difficile da spiegare (motivo per cui Vincenzo è molto presente nel team). Però ci piacerebbe iniziare a sdoganare questo aspetto: già quando ho immatricolato il trattore a nome mio si stavano sentendo male!!
Insomma continuiamo con le nostre sfide, dentro e fuori la vigna!

Deficiente Vino Deficit Omne (Se manca il Vino manca TUTTO)
Tutto quello che ci ha detto Daniela ci deve far riflettere ancora di più sul ruolo fondamentale che il vino ha nelle nostre culture e nelle nostre vite. In una bottiglia, in un bicchiere non c’è solo un liquido alcolico ma ci sono tradizioni antiche e storie che ci riconducono a luoghi e a periodi precisi. Se ci pensiamo bene è un concetto potentissimo che però oggi rischia di non essere trasmesso e compreso dalle nuove generazioni.
Le storie, gli aneddoti, si sono sempre raccontati in compagnia, in situazioni di convivialità e di festa (il vino unisce sempre). Nella società moderna, dove la tecnologia e l’individualismo dominano, i contatti umani sono ridotti sempre di più al minimo: se vogliamo continuare a far avere un ruolo importante al vino dobbiamo prima di tutto rimettere al centro la convivialità, il piacere e la voglia dello stare insieme seduti intorno ad un tavolo.
L’individualismo è nemico del vino! (e non solo…). Porta tutto in una direzione elitaria e solitaria, che sarebbe una perdita irrecuperabile non solo a livello economico ma anche a livello sociale.
#nonsibaraconilbere
ROSSO
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